CHI È CHI?

È difficile spiegare cosa sia l’anoressia perché ci sono mille e uno modi per essere anoressici e quasi nessuno di questi combacia con l’idea generale diffusa che ne hanno le persone. 

Siamo affamati d’amore, estremamente famelici, ma non troviamo quell’amore in niente e nessuno e questa cosa ci consuma. 

Così, per sopravvivere, inizi a mangiare te stessa nella speranza di trovare quello che cerchi. Magari, se sarai magra, qualcuno ti noterà. Magari, se sarai magra, le cose andranno meglio. Magari, se sarai magra, sarai abbastanza invisibile da essere lasciata in pace. Magari, se sarai, magra la sofferenza sparirà. 

Non è un modo per farsi vedere, non è uno stratagemma per essere come le modelle in passerella. È una ricerca. Metodica, ossessiva e crudele. Perché cerchi in te stesso quello che vorresti dagli altri. Perfezione. Amore. Protezione. Dolcezza. 

Per l’anoressico, tutto ciò che fa al suo corpo è una coccola. Una dimostrazione dell’amore più grande. Anche ammazzarsi di ginnastica alle due del mattino in modo che nessuno veda cosa stai facendo. Anche scaricare metà del pasto nel water. Anche vomitare. Ognuno compie questa ricerca a modo suo. 

Sono sempre stata un’anoressica atipica: vomitare mi faceva e mi fa una paura tremenda, quindi piuttosto che farlo, preferivo evitare del tutto il cibo. Sono sempre stata però anche una perfezionista, pignola e precisa, mentre non sono mai stata competitiva con nessuno, se non con me stessa. Forse è questo il motivo per cui mi sono accanita così tanto. Ma la mia non è stata ricerca di attenzione, direi piuttosto una fuga totale dal mondo. Il sentirmi rifiutata, fuori luogo, non amata, non voluta mi ha portata a voler rifiutare il mondo, quasi in una specie di grottesca rivincita: “Non mi vuoi? Va bene, ti faccio vedere io!”.

Il risultato è stato devastante: una persona da 38 kg, una cattiveria che fatico a riconoscere ora come parte di me e anni che ancora fatico a mettere a fuoco. Tanti anni. Ho iniziato a 15, ne ho 32, più della metà della mia vita in trincea a combattere. 

Si guarisce. Fisicamente e con il tempo. Mentalmente è più difficile. Ogni giorno hai da accettare chi sei e quello che ti rimanda lo specchio molto spesso è una visione impietosa di te. A volte hai problemi di stomaco per quello che hai fatto, ma è un prezzo onesto da pagare se pensi che sei ancora viva. Alcuni giorni sei bellissima e vinci, altri una schifezza, ma fa parte del “gioco”. Se la prendi sportivamente, riesci a non ricadere nel baratro.

E, nonostante tutto, io le sono grata. L’Anoressia è dentro di me, in agguato, ma non è da sola. Grazie a lei ho scoperto risorse che non pensavo di avere e lati della mia persona a cui mai avrei prestato attenzione e che sono stati parte della mia salvezza.


Penso di aver sempre saputo di avere qualcosa, di avere della diversità in me. Ho avuto genitori molti esigenti che richiedevano disciplina e rigore: la scuola, i buoni voti, l’essere una persona perfetta in tutti gli ambiti venivano prima di tutto.

Per cui il mio mondo è sempre stato fatto a cicli: l’eccitamento della scuola, della perfezione sempre e comunque, e i periodi depressivi delle vacanze in cui mi venivano a mancare gli appigli dei libri, dai racconti di letteratura alla filosofia di Kant e sprofondavo nei miei pensieri ossessivi che motivavano ogni mia azione per quanto strana potesse sembrare.

La mia vita ha preso quel ritmo, di mania e depressione che la caratterizza anche oggi: delle montagne russe che mi portavano ad apici altissimi, per poi cadere nel buio totale.

Nel 2011 durante la tesi mi ha colpito una brutta depressione che è stata curata con antidepressivi classici, che dopo 6 mesi hanno scatenato una mania che mi ha portato a fare cose che non erano da me e soprattutto a spendere tutti i miei soldi, in oggetti che oggi ancora non ricordo. Spendere molto è un tratto tipico delle crisi maniacali, mie soprattutto.

Ho passato gli anni successivi a nascondermi, nessuno doveva sapere che ero una persona diversa perché quella diversità mi aveva da sempre rincorso: quella diversa della classe, da lasciare sempre in disparte.

Questo fino al 2014, anno in cui dopo una cura fortemente sbagliata, ho dovuto ricorrere a un ricovero di 10 giorni e rivelare ad amici e soprattutto parenti che il mio malessere non era fisico ma mentale.

Da allora la mia malattia è la mia normalità: ne parlo sempre, in ogni discorso lei c’è, appare sempre, perché è parte di me, della mia vita e della mia esperienza. Non sarei io se non fosse successo quello che mi è successo. Quando una psicosi ti fa perdere il controllo di te, è qualcosa che non puoi dimenticare. Ma non per questo ti rende meno normale di qualcuno.

Da qui nasce l’idea di questo progetto: l’idea di spingere le persone a non vergognarsi, a farsi accostare a chi è normale con grande tranquillità perché di fatto non c’è nessuna differenza.


Lo Stress Post Traumatico è anche detto “nevrosi da guerra” ed è ironico che la definizione combaci anche pur non essendo un soldato. Ti chiede di combattere una vera e propria battaglia interna: sei tu, contro te stesso, i tuoi incubi e le tue paure che purtroppo si manifestano sotto forma di sogni e ricordi molto reali.

Personalmente ho combattuto contro la morte traumatica di una persona pilastro della mia vita. Sino all’ultimo ho alimentato una speranza, che non rimpiango, ma che è stata anche il mio cruccio degli anni successivi. Che non mi ha permesso di lasciare andare i ricordi, non mi ha permesso di pensarci al di fuori del trauma, della malattia.

Spesso essere una persona “forte” non basta, a volte può essere dannoso voler archiviare nella mente eventi traumatici. Lo si fa nella speranza di non averci più a che fare, ma quando tornano a chiedere il conto ti passano sopra come un treno.

Inizia lo stress, l’insonnia dovuta a sogni troppo reali e di conseguenza si diventa irritabili con tutti quelli che ti circondano, anche le persone che ami.

Il cervello si rifiuta di ricordare, sensazione molto simile alle parole “sulla punta della lingua”, in questo caso si è consapevoli aver vissuto un’esperienza ma non se ne rammenta il ricordo.

Di conseguenza ci si sente confusi, spaventati e pieni di dubbi.

Alcune sensazioni invece si presentavano molto vivide: a mia insaputa l’olfatto è uno dei sensi più sviluppati nei ricordi, ed è quello che maggiormente mi aveva colpito.

Non riuscivo a ricordare le persone e l’ordine cronologico degli eventi ma ad esempio capitava durante il giorno di ricordare l’odore di formaldeide in maniera talmente vivida che era come averla tra le mani.

La paura di non capire quello che si sta affrontando e la paura del pregiudizio purtroppo porta ad isolarsi e a non aprirsi con la propria famiglia o le persone che si hanno affianco.

Con la terapia giusta e un po’ di coraggio sono riemersi i ricordi, e la forza di condividerli con le persone vicine.

Non siamo soli, e per fortuna la vita se glielo permetti te lo dimostra.


In sostanza la mia patologia emerge per le prima volta in università, nel corso del primo anno, nel 2010. Ero un giovane studente di psicologia all'epoca, catapultato in un contesto universitario nuovo e stressante. Ho sempre affrontato ogni novità della mia vita con vissuti di stress, un sovraccarico di ansia che avevo sempre ignorato. Quel giorno tutto è venuto in superficie. Dopo pranzo, improvvisamente, nel corso della lezione, ho preso a sudare. La gola mi si è serrata nel giro di pochi secondi, ho avuto fortissimi giramenti di testa. I battiti sono aumentati. Credevo di stare per morire, nel bel mezzo della lezione mi sono alzato andandomene in fretta e furia. Il viaggio di ritorno a casa, della durata di due ore, è stato un inferno tra tram, metro e bus. Temevo di svenire, avevo tremori e non ho mai temuto così tanto di morire.

Nei giorni seguenti ho parlato con il mio medico. Attacchi di panico, ecco di cosa si trattava. Non ci ho dato molto peso lì per lì, finché nelle settimane successive gli episodi non si sono moltiplicati. In quattro mesi ho iniziato a manifestare agorafobia, avevo timore ad uscire, ansia anticipatoria quando sapevo che sarei dovuto andare in luoghi pubblici o chiusi. Avevo paura di quegli attacchi di panico, non solo per il malessere che provavo ma anche perché temevo di svenire davanti a tutti, o di non far in tempo a tornare a casa prima della fase acuta di panico. È stato allora che ho preso il coraggio a due mani, e sono andato dallo psicologo.

Dopo una diagnosi ufficiale di attacchi si panico, patologia che conosco grazie ai miei studi universitari di psicologia, abbiamo iniziato a lavorare sui miei pensieri disfunzionali. Oggi, grazie ad alcune tecniche apprese, riesco a controllare meglio questi episodi sebbene sporadicamente si ripresentino con battiti accelelrati e difficoltà nel deglutire, oltrevalla sensazione di mancamento.

Ho imparato a convivere con ciò che sono, ad accettarmi e cercare di controllare quelli che sono i miei limiti. Nom penso di essere diverso da nessuno, sono soltanto me stesso, ho punti deboli come chiunque, con la differenza che uno di questi miei limiti di è tradotto in una patologia. Una patologia che mi stava portando all'evitamento delle situazioni sociali. Ma io non hi permesso che questi attacchi di panico mi limitassero o si prendessero la mia vita. Penso che la chiave stia nel riconoscere la difficoltà che si ha ed investire tempo ed energie per superarla. Riconoscere un problema non significa essere deboli, al contrario richiede una grande forza, tanto per essere onesti con se stessi quanto per scegliere di non lasciare che la patologia ti schiacci o abbia la meglio.


Le risposte giuste sono lì, sai cosa fare e sai come farlo, ma qualcosa nel cervello non fa click - non c’è modo perché faccia click - e non riesci a farlo.

Oggi sono un po’ depresso è una di quelle cose che si sentono dire spesso, in giro. Forse non ci si rende davvero conto cosa significhi. Personalmente, ho sempre cercato di mantenere una faccia allegra, una personalità solare e cordiale. Anni di lavoro a contatto con il pubblico sono stati molto d’aiuto in questo, e forse non è stato un bene.

Per anni la mia vita è stata faticosa. Alzarsi era faticoso, andare a lavorare era faticoso, così come fare da mangiare, lavarmi e vestirmi. Quello che per altri era un fastidio minore, per me diventava un ostacolo importante, quello che normalmente poteva essere considerata una giornata difficile, un problema insormontabile che mi lasciava sfinito. Il confronto con gli altri, poi, con la semplicità con cui facevano le cose, rinforzava in me l’impressione di essere - semplicemente - incapace.

Dopo aver perso il lavoro, le mie giornate si sovrapponevano l’una all’altra in una nebbia di nulla, e tempo perso.

Non che non riuscissi ad affrontare i problemi per mancanza di intelligenza: Le risposte giuste sono li, sai cosa fare e sai come farlo, ma qualcosa nel cervello non fa click - non esiste la possibilità che faccia click - e non riesci a farlo. Non capivo come fosse possibile per gli altri essere così attivi, mentre io, alla fine di una giornata quasi totalmente improduttiva avevo solo voglia di appoggiare la testa da qualche parte e spegnere il cervello, per la maggior quantità di tempo possibile.

È stato perdere una persona amata, allontanata lentamente anche a causa della mia depressione, a spingermi a cercare aiuto. Non avevo idea della diversità della mia situazione, fino a ché me l’hanno fatta scoprire e accettare.